La Sacra Scrittura di domenica 10 marzo

Il commento di don Michele Mosa. “Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato”

 Di Don Michele Mosa

 

Discorso notturno, a lume di candela o sotto le stelle. Sottovoce. Colloquio fra sapienti, nulla a che fare con le chiacchiere da bar. Né con quelle di chi sta seduto alle porte della città o sulle panchine in piazza. Discorso notturno è confronto sui principi primi: chi sono, quali sono le mie origini, dove sto andando? Non per nulla i protagonisti sono due maestri: Nicodemo, fariseo e dottore, e Gesù, il maestro senza cattedra. Dibattito intenso incentrato sul tema della salvezza: da una parte è dono dell’amore incondizionato del Padre, dall’altra dipende dalla fede dell’uomo. “Tertium non datur”. E in me nasce la domanda: fra l’amore del Padre e la fede dell’uomo, che posto ha la Chiesa? Nell’ “Evangelii nuntiandi”  Paolo VI preferisce scrive che “la Chiesa esiste per evangelizzare” (n. 14). Il che mi fa pensare che la Chiesa giochi su entrambi i fronti: è segno dell’amore misericordioso del Padre e, allo stesso tempo, nutre la fede dell’uomo. Annuncia cioè la salvezza non come premio, conquista o merito e si sforza di indicarci il Regno non solo come traguardo ma come orizzonte del nostro quotidiano vivere. Nota dolente, almeno per me: spesso non ritrovo questi due tratti sul volto della Chiesa che incontro. Spesso incontro – e tanti me lo dicono – una Chiesa fatta di divieti, più simile a un professore che interroga che un Padre che accoglie (non dico che fa sconti e al quale va tutto bene, dico un Padre che anche quando “castiga” ha come metro di misura l’amore e l’affetto). Altrettanto spesso incontro una Chiesa che ha dimenticato la fede come fiducia, come affidamento e l’ha ridotta a nozioni da studiare a memoria, regole da osservare. In poche parole, sembra che tutto si risolva nel sapere qualcosa, nell’essere onesto e nell’andare a Messa alla domenica. Forse è troppo poco, per non dire fuorviante. Forse dipende dal fatto che le mie notti non sono illuminate dalle stelle né dalle candele. Sono soltanto buio. Forse è proprio questa la forza della fede, la fede che salva (o condanna) perché – come dice Paolo ai Corinzi – “Quando sono debole è allora che sono forte” (2 Cor 12).