La Sacra Scrittura di domenica 15 maggio

Il commento di don Michele Mosa. «Le cose di prima sono passate»

Tutta la vita degli uomini, la mia come la tua, quella del contadino o dell’idraulico come quella del Papa o del primo ministro, si snoda sul binario della storia e vive la tensione, inevitabile, fra il passato e il futuro. A volte il contrasto è così forte che rischiamo perfino di dimenticare il presente. Rischiamo cioè di oscillare fra il lamento e il sogno. Sospesi. Giovanni ci sta invece dicendo di fare nostro il presente, di accoglierlo in tutta la sua bellezza e complessità senza farci condizionare dalla nostalgia dell’età dell’oro, senza cadere nella trappola tesa «da certi profeti di sventura che annunciano eventi sempre infausti» e dai quali Giovanni XXIII, aprendo il Concilio Vaticano II, invitava a prendere le distanze. Papa Francesco, pensando al cammino ecumenico della Chiesa, così si esprimeva nel 2017: «Con Paolo potremo dire: “Le cose vecchie sono passate” (2 Cor 5,17). Guardare indietro è d’aiuto e quanto mai necessario per purificare la memoria, ma fissarsi sul passato, attardandosi a ricordare i torti subiti e fatti e giudicando con parametri solo umani, può paralizzare e impedire di vivere il presente. La Parola di Dio ci incoraggia a trarre forza dalla memoria, a ricordare il bene ricevuto dal Signore; ma ci chiede anche di lasciarci alle spalle il passato per seguire Gesù nell’oggi e vivere una vita nuova in Lui. Permettiamo a Colui che fa nuove tutte le cose (cfr Ap 21,5) di orientarci a un avvenire nuovo, aperto alla speranza che non delude, un avvenire in cui le divisioni si potranno superare e i credenti, rinnovati nell’amore, saranno pienamente e visibilmente uniti». È – mi sembra – l’eterna questione delle radici. Irrinunciabili, pena la morte della pianta. Quello che però tu chiedi alla pianta sono i frutti, buoni e gustosi. Curiamo le radici con amore e attenzione; non dimentichiamoci però che i frutti non sono gli stessi dell’anno precedente. Guardare ai frutti, cioè al domani ci aiuta a occuparci anche delle radici. Ci aiuta a vivere il presente con le dovute attenzioni e preoccupazioni.A vivere la tensione consapevoli che il risultato non dipende solo da me. E soprattutto che se quest’anno, per qualsiasi motivo, non mangerai i frutti ciò non significa che non hai lavorato bene o che l’albero vada tagliato. Il rischio è parte integrante del mestiere.

 

Don Michele Mosa