ICS Maugeri, il ruolo fondamentale dell’Unità di psicologia Pavia-Montescano

Il direttore Paola Gabanelli: “Un’assistenza costanza a pazienti, familiari e caregiver”

                                                       di Alessandro Repossi

 

Un’assistenza costante, con un prezioso accompagnamento psicologico, ai pazienti, ai loro familiari e anche ai caregiver. E’ il servizio garantito dall’Unità complessa di psicologia Pavia-Montescano di ICS Maugeri, diretto dalla professoressa Paola Gabanelli (nella foto, ndr). Un team di grande competenza e professionalità, composto da psicoterapeuti, che segue malati spesso alle prese con prognosi infauste. Un’attività svolta soprattutto in ambito ospedaliero, ma che si sviluppa anche a livello ambulatoriale sino all’ “ambulatorio del lutto” nel quale vengono accompagnati, in un delicato percorso psicologico, i parenti delle persone scomparse.

Assistiamo psicologicamente pazienti gravi, colpiti da forme oncologiche, cardiovascolari, pneumologiche, neurodegenerative e insufficienze renali – spiega Paola Gabanelli -. Patologie che entrano in maniera pesante nella vita di una persona e possono lasciare una traccia indelebile. Una malattia comporta sintomi dolorosi, effetti collaterali dovuti alle terapie, problematiche invalidanti, perdite di funzioni. Ma a rendere ancora più traumatico l’insorgere di un serio problema di salute è anche il fatto che possa coincidere con altri eventi negativi per la persona, come difficoltà nei rapporti familiari, separazioni, perdita del lavoro o difficoltà economiche. In casi del genere la malattia si annuncia ancor più drammaticamente. A volte vengono colpite persone fragili, senza la necessaria capacità di adattamento a stimoli imprevisti. Ognuno arriva alla malattia con il proprio bagaglio umano: ritrovarsi improvvisamente malati, può diventare il detonatore di un ‘materiale traumatico’ che si è accumulato nel corso della vita”.

Ma quali sono le paure che possono manifestarsi in un paziente? “Prima di tutto la paura di morire. Ma non c’è solo quella. Compaiono spesso anche altri timori: il buio, il dolore fisico, la sofferenza, la frammentazione, la dispersione. La paura di non riuscire più a svolgere le proprie occupazioni quotidiane. Una persona può arrivare anche in maniera asintomatica alla malattia: ma quando le viene comunicato che ha un tumore, si rompe il rapporto che aveva sino a quel momento con il suo corpo. Prima il corpo era sentito come una casa familiare e rassicurante; con la malattia diventa un luogo minaccioso, che crea senso di confusione ed estraniamento. Quando viene annunciata una patologia grave, è come se venisse meno l’illusione di vivere un’esistenza senza dolore. E’ la perdita di uno scenario rassicurante, con un senso di rabbia e frustrazione per un destino cattivo. Ed è in tali frangenti che si manifesta il dolore psichico”. La professoressa Gabanelli spiega che “il dolore psichico può a volte manifestarsi con situazioni visibili, come attacchi di panico o il pianto. Ma non sempre è così. C’è anche una sofferenza più sottile e subdola, con il paziente che in apparenza ha ancora in mano tutti i fili della sua vita, ma in realtà va incontro a una rassegnazione e ad una progressiva perdita di interesse. La prima presa di contatto dello psicologo deve essere l’accoglienza: l’ascolto del paziente che racconta la sua vita e la malattia. Il nostro è un lavoro un po’ artigianale, nel senso che dobbiamo confezionare un percorso per aiutare il malato a trovare un equilibrio emotivo, in continuità con se stesso e le sue relazioni. Il paziente va aiutato ad elaborare il dolore che sta vivendo: più si cerca di nasconderlo o bypassarlo, più ti resta attaccato e si manifesta magari a distanza di anni. Capita anche di aiutare pazienti ancora giovani, come è il caso di donne colpite dal tumore al seno, a ricalibrarsi verso una diversa prospettiva esistenziale cercando di focalizzarli sugli aspetti positivi. Anche il momento del rientro al lavoro, dopo una lunga assenza per malattia, necessita di un accompagnamento psicologico”.

Un’assistenza che si estende anche alle persone vicine ai pazienti, dai familiari ai caregiver: “La malattia rappresenta, per i parenti, una condizione di minaccia, separazione e perdita. Il nostro ruolo è essere manutentori delle comunicazioni. Bisogna evitare che il paziente si senta solo. Ma va scongiurato anche il rischio di atteggiamenti troppo protettivi e accudenti, che inducono il malato in una condizione di regressione e cronicità della sua condizione. Gli stessi bambini, pur se piccoli, non vanno esclusi dalla comunicazione di una malattia che ha colpito un familiare: è giusto coinvolgerli e accompagnarli nel loro percorso emotivo”. Un compito difficile e delicato riguarda l’assistenza ai malati terminali, curati nei due reparti di cure palliative di Maugeri in via Boezio: “Dobbiamo assisterli nel loro bisogno di esistere sino alla fine: come scrive il poeta Cardarelli, aiutarli a morire senza ‘essere aggrediti dalla morte’. Un percorso che si sviluppa soprattutto nell’ascolto. Ecco perché cerchiamo pure di supportare gli operatori sanitari chiamati ad un impegno gravoso anche a livello emozionale”.